Agli inizi degli anni 90 abitai per un anno circa in via Santa Maria ai monti ai Ponti Rossi. L’abitazione dava verso l’interno della strada, su un zona che ancora oggi risulta tutta campagna. Si tratta di qualche ettaro tra i Ponti Rossi, piazza Ottocalli, e la calata di Capodichino. Questa parte è occultata dai palazzi, ci si accede da calata Capodichino per una viuzza tortuosa interna molto panoramica, la via Francesco Provenzale. La zona sembra essersi salvata miracolosamente dai lavori di risanamento che hanno interessato buona parte del quartiere.

Una mattina udì un belare di pecore e caprette che brucavano. Mi affacciai e vidi al di là di una recinzione, a pochi metri dal palazzo, un piccolo gregge accompagnato da un uomo. La cosa mi meravigliò non poco considerando la posizione in pieno centro cittadino, tra la città e l’aeroporto.Anni dopo ancora incuriosito feci una ricerca su internet sperando di trovare qualche informazione ma non ne trovai alcuna a riguardo. In un sopralluogo notai la ruralità della zona, una sorta di montagnola tra i palazzi. In una ricerca su internet per parole chiave mi comparve il titolo di un romanzo d’appendice di Francesco Mastriani: Il Parricida ovvero Il Capraio di Ottocalli. Nulla a che vedere con quello che cercavo io, ma comunque interessante per la ricerca storica del quartiere.

Il romanzo era riportato solo con il nome, non essendo stato mai stampato intero ma pubblicato esclusivamente a puntate sul giornale “Il Roma” nel 1880. Cercai questo romanzo dagli archivi delle Biblioteche online. Risultava consultabile presso la biblioteca Nazionale di Napoli, precisamente alla Lucchesi Palli. In una delle mie vacanze a Napoli, precisamente nel mese di Gennaio 2020, mi recai in biblioteca.

Il giorno era allestita una mostra su Francesco Mastriani. La mostra era terminata qualche giorno prima ma in occasione della visita di una scolaresca c’era una guida che raccontava la vita dello scrittore: ebbi fortuna. Chiesi di consultare il Roma del 1880 dove era presente il romanzo. Gli impiegati gentilissimi mi cercarono questo volume gigantesco con tutti i quotidiani d’epoca de “il Roma” rilegati e raccolti in ordine cronologico.

Il romanzo in questione è un romanzo d’appendice inedito ai giorni nostri, mai pubblicato per intero, e forse non rilevante tra le opere di Mastriani, ma sicuramente interessante per capire gli usi e costumi dei Napoletani di fine Ottocento. Sono riuscito a digitalizzare il primo capitolo che di seguito riporto con tutte le antiche parole oggi desuete. Sicuro di fare cosa gradita agli amanti della storia di Napoli, del Rione San Giovanniello, e di Francesco Mastriani.

Carmine Lucci

Il Parricida, ovvero il capraio di Ottocalli, di Francesco Mastriani

Una delle più sconce costumanze della nostra amenissima Napoli la quale questa non sappiamo se sia tollerata in altra civile città d’Italia, cioè che uno sterminato esercito di capre, diviso in numerosi drappelli, inondi la città ogni giorno dalle ventidue alle ventiquattro in ogni stagione dell’anno. Non crediate che queste famiglie di lanuti mammiferi che si riversano su per la città dai vicini maggesi intercettino il libero transito solo nei quartieri meno puliti e nelle strade meno nobili. Nossignori, l’esercito barbicornipede dal pie fesso inonda eziandio le sezioni più aristocratiche e le strade più nobili e popolose, come Chiaia, Toledo, Foria ad altre simili.

E dalle ore ventidue alle ventiquattro non senti altro in tutte le vie di Napoli che un perpetuo tintinnio di campanello con cui si guidano le vacche e le capre ; la libera circolazione non è affatto impedita agli animali cornuti di ogni sorta; e mentre a te dinanzi tu cerchi di scansare le corna d’un bufalo, a tergo una capra ti si ficca tra le gambe. E non voglia il cielo e tu non sii sollecito a ritirarti dall’un de’ canti della via. Il barbuto conduttore della lanuta squadriglia ti guarderà, in cagnesco come a colui che abbia la suprema tracotanza di non lasciare andare liberamente i suoi ruminanti.

E chi può dire dei profumi che lascianodappertutto le squacchere e le pillaccolequando queste non restano attaccate a peli delle natiche delle lanute bestie?Insomma, è spettacolo indecente e indegno di altra città civile questo che noi denunziamo, e che vorremmo vedere abolito per decoro della nostra Napoli. Che questa sconcia costumanza si fosse deplorata ne’ passati tempi e sotto la cessata signoria borbonica non era da fare meraviglia , atteso la negligenza di que’ magistrati civili. Ma il vederla perpetuata di presente e quando per la progrediente civiltà dei tempi la bella Napoli si avrebbe a porre a livello delle altre colte città d’Italia, è cosa che non fa troppo onore all’aulico Consiglio del Palazzo San Giacomo.

Chi nelle ore del pomeriggio si trovia transitare per la strada Nuova di Capodi-monte (sempre polverosa nella estate e vero pantano nello inverno), o pel rione della Sanità, per l’ampia via di Foria, e via più per le strade anguste e per i vicoletti, si vede avviluppato ad ogni pie sospinto di falangi di capra che vengono in città per la vendita del latte, la quale potrebbe farsi molto più convenevolmente in appositi luoghi confinanti in ciascuna sezione della citta, senza cagionare si gravi molestie ai passanti.

Queste cose abbiamo voluto dire a guisa di prefazione nel porre mano a narrare un fatto atrocissimo che funestó la città di Napoli in un’epoca non molto da noi lontana, ed il cui protagonista fa per appunto uno di questi conduttori di capre, ch’ebbe per nome Carmine Sabino, nativo di quella contrada che si domanda Ottocalli.

L’abbruttimento dallo Infima classe dellanostra popolazione ci da materia a questa dolorosa istoria che andiamo svolgendo, inteso a richiamare l’attenzione dei nostri legislatori sulle tre piaghe terribili che rodono la nostra società napolitana, la miseria, l’ignoranza e la camorra.Ma per mala ventura, ne la religione, nel’educazione, ne l’istruzione varranno giammai ad attenuare lo cifra dei delitti edei crimini, se non si guardi a migliorarefisicamente la razza umana, come si fa dall’equina. Il delitto e l’eredità dal delitto sono nella individuale conformazione delle ossa, la quale noi diciamo il “fato organico”, come più comunemente altri qualifica forza irresistibile.

Tra la classi più rozze e ignoranti chePorgono il maggior contingente a processi criminali è certamente quella dei caprai: hanno per lo più aspetto feroce e selvaggio. La natura del loro mestiere li obbliga a vivere, per così dire,segregati del civile consorzio; onde crescono in loro selvatichezza o amor capo e misantropico. Hanno pressoché tutti guardatura bieca eistinti sanguinari; sono scorpioni ed orsi di città, i quali hanno il capo connesso al torace, testa bassa e capelluto. Vestono rozzi panni e cappelli di ruvidapaglia gittati per vezzo di gradasseria su la coppa del capo: portano nelle mani una lunga mazza a guidare le capre, e nella tasca della giacca non manca mai il “martino”, ovvero il coltello omicida, il coltello pugnale, l’arma del camorrista e dell’assassino.

Le contese tra i caprai e i coloni dei maggesi finiscono sempre con spargimento di sangue. Le carceri e gli ergastoli sono pieni di questi capitani di lanute carovane.A questa categoria di pericolosi e bassi industrianti apparteneva il protagonista diquesta storia, Carmine Sabino. Noi lo vedemmo su lo sgabello dei rei nella gran corte criminale di Napoli, e non ci si è potuta più cancellare dalla mente la suabrutta e feroce figura.Era accusato di parricidio. Aveva ucciso la propria madre…Delitto che fa fremere la natura e pone l’uomo al di sotto delle belve più orride per ferocia.

Ci ingegneremo di ritrarre la figura di questo mostro, per quanto possiamo fare a fiducia dalla immagine che ci è rimasta fotografata nella memoria.In generale, avea figura più di orso che di uomo questo capraio degli ottocalli: testagrossa senza fronte, orecchi rotondi, ottuse labbra e mani lerce pelose. Quando entrava nell’aula di giustizia, pareva che andasse ancalando, sorreggendosi più su l’una che su l’altra anca. Faceva ribrezzo a guardarlo.Muoveva lentamente il capo attorno a sé con aria stupida e feroce. Spesso grattavasi l’occipide, organo del delitto, e rodevasi le unghie. Nessuna luce era in quegli occhi, se nonquella che la pupilla della iena tramandanelle tenebre.

Sarebbe stato difficile assegnare una età a questo mostro di natura. Andate un poco a indovinare quanti anni possa avere una tigre di Giava o un orso nero dei bruti monti. Questi mostri non ebbero fanciullezza, come non hanno vecchiezza. La loro età è segnata dai natali che scontano nelle galere. Per nondimeno, per quanto si poté rilevare dal processo criminale, Carmine Sabino poteva contare un trentacinque o trentasei anni quando si lordó del sangue della propria genitrice;(continua)